Libera Scuola del Festival dei Matti-quarto incontro. La deistituzionalizzazione delle donne / La voce che cura. Sabato 22 e domenica 23 novembre 2025, M9 Museo del novecento

      

La deistituzionalizzazione delle donne
Le voci di Franca Ongaro Basaglia e Letizia Comba a Gorizia
con Marica Setaro

“La dottoressa Jervis mi ha portato una volta a trovare mia figlia, che si è messa a piangere. Una volta qui c’erano gabbie intorno ai letti. Nell’ospedale psichiatrico si sta meglio ora, con il nuovo direttore, che ha aperto i reparti”. A esprimersi così è Mafalda, una paziente del reparto C donne dell’Ospedale psichiatrico di Gorizia. Racconta di sé a una volontaria, Anna Maria Bruzzone, che nel 1968 arrivò qui per conoscere l’esperienza basagliana di riapertura progressiva dei reparti.  La dottoressa Jervis che Mafalda nomina è Letizia Comba, l’unica donna assunta come psicologa nell’équipe goriziana. Col marito, Giovanni Jervis, e con altri giovani medici, Comba fa parte di una delle prime sperimentazioni di comunità terapeutica in un Ospedale Psichiatrico.                                                                                                                                             Questo percorso intende inquadrare le figure di Letizia Comba e di Franca Ongaro a partire dal loro lavoro a Gorizia. La prima è nel reparto croniche – l’ultimo a essere aperto, in ordine di tempo, nel 1968 nell’OP isontino – e ne analizzeremo la documentazione conservata nel suo archivio personale, attraverso le cartelle cliniche riferibili alle pazienti ricoverate nel reparto C in quegli anni. L’altra ha scelto di affiancare Franco Basaglia e la sua équipe in uno dei più radicali e originali esperimenti di comunità terapeutica. Sono molto pochi gli studi dedicati all’esordio del percorso di queste due donne, e quasi tutti insistono sulla dimensione collettiva del lavoro di équipe, facendo “stingere” la dimensione di genere. È possibile invece definire un ritratto peculiare del contributo di Comba isolando riflessioni e pratiche nella relazione di cura con donne da anni ripiegate e perdute – Comba usa il termine “congelate” – in un universo desolato di internamento. Così come è possibile sondare a fondo il ruolo fondamentale di Ongaro fuori e dentro l’ospedale, attraverso l’allestimento degli strumenti di elaborazione e di scrittura di quelli che diventeranno i capisaldi della psichiatria antistituzionale, vale a dire L’istituzione negata e Che cos’è la psichiatria? Per Comba e per Ongaro, la novità e l’urgenza della postura di donne tra le donne fa emergere alcune questioni rilevanti: il ruolo femminile nella dimensione familiare come elemento causale della posizione diseguale e dunque di una sofferenza psichica; la restituzione di soggettività tramite la costruzione della relazione di cura nella riscoperta conoscitiva e affettiva del corpo femminile, fatta di movimenti, gestualità, ascolto, presa di parola. Entrambe cominciano a comprendere qui, nella dimensione di un lavoro collettivo sovra declinato al maschile, quanto sia politicamente decisivo il terreno soggettivo, quanto sia strutturale il mondo psichico di cui si occupa la psicologia e quanto le pratiche di liberazione delle donne passino anche dagli estremi margini di un manicomio e siano cruciali nel processo di deistituzionalizzazione.

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La voce che cura
con Patrizia Zanco

 

Laboratorio anomalo ma utile al vivere.  Anomalo perché in questa sede con i tempi abbreviati avremo modo di incontrare la nostra voce insieme alle altre e agli altri ma non potremo entrare nelle profondità di ognuno di noi rimandando questa esperienza ad un lavoro più lungo.  La voce proviene da un vuoto, dalla caverna che è la bocca. Come in una foresta d’immagini invisibili che il suono ospita. Trasformare l’immagine sonora in corpo. La voce ha un suono e questo suono ha un corpo. La voce va a pescare nella parte indicibile del nostro essere. Inventare delle immagini perché il suono si renda comprensibile. La potenza della voce ci porta in un terreno primario in cui le difese vengono meno e veniamo attraversati da suoni che ci colpiscono. C’è un desiderio che porta il suono.  La voce è la nostra impronta, il nostro volto sonoro. Ha una fortissima valenza identitaria, sia individuale sia sociale. Ci definisce: noi “ci sentiamo” la nostra voce. Nella comunicazione poi, così come nell’espressione artistica, soprattutto individuale, dice al contempo una fisicità e un’intenzione. Prendersi cura della propria voce significa prendersi cura di sé stessi.     Nell’incontro con la diversità delle altre voci può scoccare la scintilla di un’apertura verso il nostro mondo interiore. Avere cura della voce e dell’ascolto diventa un modo di intendere il corpo come luogo creativo, capace di rigenerarsi attraverso la vibrazione della propria struttura, veicolando emozioni ed elaborando memorie. Cammineremo insieme dentro qualcosa che è vivo. 

Noi adulti riduciamo la grande varietà dei rumori che possiamo produrre e manteniamo soltanto quelli che permettono la migliore comunicazione. Vengono abbandonati o passano inosservati i minimi movimenti muscolari della laringe e del soffio, tentativi falliti o elementi costitutivi, iniziali o intermediari di espressioni specializzate della voce (D. Stratos)