9.11.13 – Esili senza ritorno: gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari, ore 10.30

Tavola rotonda condotta da Sergio Buonadonna (giornalista) con Stefano Cecconi ( Dipartimento welfare Cgil e referente nazionale comitato stopopg)   Dario Stefano Dell’Aquila e Antonio Esposito (autori di Cronaca di un manicomio criminale,   Editori dell’Asino 2013) Daniele Piccione ( autore di Una via d’uscita, collana 180 edizioni Alfabeta Verlag 2013) Franco Rotelli ( Presidente Commissione Regionale  Sanità  Friuli Venezia Giulia)

Ore 10,30

“Pensò che quell’accozzaglia di stranezze era una parafrasi degli esseri umani ricoverati nei padiglioni”
Lem, S., L’ospedale dei dannati

Non c’è cura negli Ospedali psichiatrici giudiziari, metà carceri, metà manicomi, ma nemmeno lo scontare la pena: chi arriva qui non è imputabile del reato che ha commesso perché “incapace di intendere e volere”, ma, per un codice fascista (e un paradigma psichiatrico) mai rivisitato, da quel reato non può nemmeno essere assolto, sciolto, perché lo ha commesso come “malato mentale” e dunque “incapace” e dunque “pericoloso”. Bisognoso di custodia. E allora poco conta se questa sequenza di equazioni sia frutto di ideologie psichiatriche e giuridiche di stampo ottocentesco, pietrificate nel codice.
Chi è inviato in OPG – e non è infrequente che lo sia per reati minori e non penali- raramente riesce ad uscirne. Ergastoli bianchi, li chiamano, come le morti del mondo del lavoro, che non sono affatto bianche, pulite, innocenti. La macchina dell’internamento insiste su ingranaggi giuridici e disciplinari di cui nessuno sa bene il senso e condivide appieno le ragioni, ma che molti contribuiscono comunque ad azionare. Su questa scena le responsabilità si disperdono e sembrano non esser davvero di nessuno. Non dei periti che predispongono l’invio, non dei direttori degli OPG, medici al servizio del Ministero di Grazia e Giustizia fino al 2008 e oggi sostituiti da direttori amministrativi, non di chi firma le proroghe infinite delle misure di sicurezza, non dei Dipartimenti di Salute Mentale che rifiutano di farsi carico di questi ritorni.
Nessuno è responsabile, da questa parte del muro, esattamente come non lo è nessuno di quelli che vi sono rinchiusi. Eppure, una catena invisibile tiene tutti in ostaggio, a servizio di un’istituzione totale che se ne serve pervicacemente per tenersi in vita. Anche ora, visto che la legge ne prevede la chiusura (con tempistiche sempre ridiscusse) ne prescrive anche la riapertura malcelata. A dispetto delle denunce, delle indignazioni, delle morti, delle inchieste.
Occorre allora che la sequenza delle responsabilità si ricomponga perché è evidente che riguarda tutti. Occorre che nessun esonero sia consentito all’impegno per sbarrare la via d’accesso agli OPG e per spalancarne la via d’uscita. Non solo per chi abbia terminato la misura di sicurezza, ma per tutte le persone con sofferenza mentale che commettono un reato. Perché il nesso tra quella condizione e quel gesto non è affatto scontata. Perché, quand’anche accertabile, non è definitiva, irreversibile. Perché allora è meglio il carcere, dice qualcuno, dove almeno sulla carta la pena è commisurata al danno che il reato arreca . Perché chi sta male deve poter avere accesso a Servizi di Salute Mentale degni di questo nome, diffusi sul territorio, aperti sulle 24 ore, solerti in interventi che possono decostruire la crisi, depotenziarla, anticipare gesti estremi. Perché in gioco ci sono ancora una volta i diritti di cittadinanza e le tutele democratiche. La nostra Costituzione. E perché non possiamo più permettere questi crimini di pace.

*Dell’Aquila D. S., Esposito E , Cronaca di un manicomio criminale, Editore dell’ Asino 2013
Nel 1974 un internato denuncia gli abusi, le violenze, le morti che avvengono nel manicomio criminale di Aversa. Lo fa con un memoriale redatto in prima persona, supportato dalle immagini di un video da lui girato clandestinamente tra le mura manicomiali. Un documento straordinario nella sua unicità, dal quale scaturisce un processo che disegna una terribile realtà di soprusi, violenze, morti. Emerge il sottile sistema di potere e la logica di disciplinamento propri di un’istituzione totale. Questo libro ricostruisce questa storia e pubblica integralmente il memoriale che ne segnò l’inizio. Si svelano così dinamiche e dispositivi di internamento manicomiale e la loro immutabile continuità fino ai giorni più recenti, come dimostrano i rapporti del Comitato europeo per la prevenzione della tortura e della Commissione parlamentare di inchiesta sulla sanità. Una testimonianza atroce e attuale, tra passato e presente, di quelli che oggi sono chiamati Ospedali psichiatrici giudiziari.

*Piccione D., Il pensiero lungo. Franco Basaglia e la costituzione, collana 180, edizioni Alfabeta Verlag 2013
La sfida di questo libro risiede nell’illustrare come il processo di liberazione di chi soffre di disturbi mentali sia stato allora compiuto e vada oggi difeso nel nome della nostra Carta fondamentale.

“Il pensiero lungo” è un libro che nasce da due passioni, il Costituzionalismo e la psichiatria di Franco Basaglia, che si incontrarono e dialogarono conferendo una densità tutta particolare alla legislazione italiana per i servizi e l’assistenza alle persone con disturbo mentale, sul finire degli anni settanta. La sfida di questo libro risiede nell’illustrare come il processo di liberazione di chi soffre di disturbi mentali sia stato allora compiuto e vada oggi difeso nel nome della nostra Carta fondamentale, le cui norme di riferimento legate alla salute mentale, hanno donato senso, vigore e forza ad un’impresa storica quale quella del superamento dell’ospedale psichiatrico di Trieste e poi all’approvazione della legge 180: si tratta di una vicenda che merita oggi di essere ristudiata e ripensata, se non altro per i suoi contenuti culturali multisettoriali.
Infatti, come illustrato nell’Introduzione dalle straordinarie parole di Sergio Zavoli, l’autore in queste pagine riferisce delle implicazioni del pensiero basagliano su molti e più generali fronti: il rapporto tra l’individuo e l’autorità, il potere medico, le ragioni di un umanesimo in lotta contro tutte le cause di esclusione e contro qualsiasi stigma o pregiudizio. Affiora il potente richiamo alla partecipazione continua e diffusa, che Basaglia fermamente auspicava con un’azione instancabile di coinvolgimento e accoglimento del diverso. Le norme costituzionali divengono così una sorta di orizzonte cui continuamente “il pensiero lungo” rimanda. Un libro che spinge a riflettere sull’urgenza di un impegno nelle trasformazioni sociali attraverso il richiamo dei principi costituzionali che ci invitano ogni giorno ad uscire dalle molte sacche di abbandono e disagio ancora racchiuse nel tessuto sociale del nostro Paese.

 

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