“Favole identitarie”

Proveremo  a mettere in discussione, in questo mondo che sembra voler categorizzare ad ogni costo le vite degli uomini, quelle stesse categorie e la loro provenienza. Sano, malato, normale, matto, cittadino, straniero, regolare, irregolare, abile o disabile sono parole di un vocabolario di larghissimo consumo, ritenute necessarie a dire chi siamo, da dove proveniamo, a cosa apparteniamo, cosa ci si può aspettare da noi, come abitiamo il nostro ordine del mondo. Parole che sanciscono la nostra “identità”, il nostro profilo sociale. Ma queste parole ci servono o ci asservono? Di cosa sono fatte le ”identità” di cui parlano, di quali discorsi, saperi e poteri si sostanziano? Parleremo di “favole identitarie”  perché, dietro le quinte di quelle parole si scorgono racconti impastati di invenzione e consolazione, racconti monolitici, lacunosi, ignari delle proprie zone d’ombra, dimentichi della propria genealogia; racconti  fortezza a cui assegniamo il compito di precederci, di farci strada, di darci collocazione morale e politica ma che rischiano di inchiodarci a trame senza via d’uscita. Raramente infatti, fatte salve lievi varianti private che ci danno l’idea di potervi appartenere contrattandone il finale, le favole identitarie danno agio a movimenti che possano smentirle. Ben più spesso, se non le teniamo d’occhio, disegnano mondi di pietra  in cui diventa impossibile abitare. A queste favole il pensiero critico cerca di opporre  resistenza e può riuscirci almeno fino a che non smarrisce la consapevolezza delle proprie contraddizioni  trasformandosi  esso stesso in una favola identitaria, forse persino più insidiosa delle altre.

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